La Siria è sempre stata un mio cruccio di viaggiatore. Uno di quei luoghi che mi ha sempre attratto per essere stata al centro di una grande civiltà e che per varie ragioni, legate alla situazione geopolitica, ho dovuto accantonare diverse volte. Era il 2005 e quando dissi agli amici che ci volevamo andare via terra in maniera del tutto autonoma attraversandola per raggiungere il Mar Rosso passando dal deserto giordano del Wadi Rum, Petra e poi via lungo il confine giordano-israeliano, mi presero per matto . Forse qualche ragione l’avevano, visto che nell’area mediorientale la situazione non era certo tranquilla. Allora non c’era Facebook in Italia e il nostro diario di viaggio rimaneva sulla carta e ogni tanto, quando riuscivamo a raggiungere qualche internet cafè, inviavamo via mail a Radio Popolare alla trasmissione “Tre uomini in barca” di Alessandro Diegoli e Marina Petrillo che trasmettevano riassumendone il contenuto.

Oggi, Palmyra è caduta nelle mani dei terroristi dell’Isis, la sua meravigliosa gente è intrappolata nella città e tanti sono morti. La distruzione dell’immenso patrimonio dell’area storica è iniziato. Il Califfato dice che bisogna distruggere tutte le tracce del passato, di tutte le civiltà. Palmyra forse tra un po’ di giorni non esisterà più e sarà solo un ammasso di macerie informi nel deserto siriano.

Mi piace condividere le poche note, così come le scrissi, di quei due intensi giorni trascorsi a Palmyra.
Quando le luci dei riflettori si saranno spente sulla città , quel luogo entrerà nell’oblio ma vivrà almeno nella nostra memoria. Come la rana di legno del giovane Nasser.

”  Lunedì 18 luglio ore 17.00 circa – sulla strada di Palmyra

Un nastro di asfalto che corre nel bel mezzo del deserto siriano. Qualche tenda nomade e pastori con le loro greggi di pecore o capre, qualche piccolo avamposto fatto di due case e un caffè dove va in fila indiana  a  “svagarsi” un gruppo di ragazzi militari dell’esercito siriano. Per il resto pietre, polvere terra e sabbia. La luce è accecante e l’orizzonte si perde all’infinito. Nei duecento chilometri che ci separano da  Palmyra non troveremo nemmeno un camper, anche in città non ne troveremo. Arriviamo ad un bivio, entrambe le strade vanno a Palmyra. Quella di destra prosegue poi per l’Iraq che da qui dista meno di  200 km. Quale sarà la migliore? La nostra piccola cartina non ci aiuta molto. Alla biforcazione c’è una jeep militare. Chiederemo a loro. Scendo dal camper e subito mi si fa incontro un soldato graduato, ha un aspetto molto rilassato, camicia sbottonata e ciabatte. Gli altri nella jeep sembrano dormire o quasi. Salaam alaykum,  Alaykum as-salaam mi risponde. Gli arabi tengono molto ai saluti e sono molto cerimoniosi. E’ d’obbligo imparare almeno i saluti nella loro lingua. Per noi è un segno di rispetto nei loro confronti. Gli chiedo la strada per Palmyra. Tadmor ! (Palmyra) ‘ala yasaar, e mi indica la strada a sinistra. Dopo avermi chiesto da dove veniamo, mi stringe calorosamente la mano, una pacca sulla spalla e la frase magica: Welcome to Syria.

Lunedì 18 luglio ore 19.00 circa – tramonto a Palmyra

Con precisione da manuale arriviamo all’ora del tramonto sul Qala’at Ibn Maan, la fortezza araba che domina la città e punto privilegiato per assistere al tramonto. La maestosa fortezza si tinge di rosso, qualche decina di persone celebra il rito. Il suono di un liuto accompagna il sole che oggi andrà a dormire nel deserto siriano. Palmyra, la meraviglia del deserto, crocevia di civiltà tra Mesopotamia e Arabia e di traffici lungo la via della Seta;  la città dell’indomita Zenobia che osò sfidare la potenza di Roma, è lì sotto di noi al bordo di una grande oasi, con le sue colonne, i suoi templi e le torri funerarie. E’ sera quando un bel venticello rinfresca l’aria. Un carosello di auto e carrozze annunciano qualche festa importante, forse un matrimonio. Nei giardini della piazzetta bimbi con i genitori ci salutano e ci chiedono il nome. E’ del tutto naturale stare lì seduti tra loro semplicemente a guardare le persone che passano e la vita che scorre. Nasser ci vuole vendere le solite dieci cartoline.

Martedì 19 luglio ore 8.00 circa – gli scavi

E’ mattino presto quando passeggiamo lungo millenni di storia, dal grande colonnato al campo di Diocleziano passando per l’arco monumentale,l’agorà, il teatro, il tempio di Nabo e quello dei Canoni. Al Tetrapilo siamo seduti all’ombra delle colonne quando ci raggiunge un cammelliere che si siede accanto a noi. Nota lo stemma di Emergency sul mio zainetto. Conosce l’impegno di Emergency contro le guerre e approva. Ha girato parecchi Paesi europei ed è stato anche in Italia. Ci indica un campo beduino poco fuori Palmyra, nel deserto,  e ci invita per la cena nell’oasi con la sua famiglia. Il tempio di Bel è grandioso, ai margini del palmeto. Da santuario in onore della divinità di Bel a fortezza araba, bassorilievi e incisioni testimoniano lo scorrere del tempo. La sera le rovine sono illuminate, la luna fa bella mostra. Un piccolo scorpione è sul marciapiede. Arriva Nasser con un motorino e stavolta ci propone una rana di legno, non opponiamo resistenza e va via contento. E’ tardi quando si alza il vento che rinfrescherà un’altra notte a Palmyra. “

il tempio di Bel – Palmyra ( foto di Luciano Perrone)

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