Che molti politici e parte di classe dirigente di questo Paese difettino nell’italiano parlato e talvolta nella sua comprensione credo sia un dato di fatto. Così come un dato di fatto è l’uso sempre più frequente di una gestualità volgare e del turpiloquio. Forse così si pensa di essere più vicini alla gente comune, al linguaggio comune. Un po’ come quegli insegnanti che per sentirsi più vicini ai propri studenti o per essere accettati ed essere considerati “amici” usano il loro stesso linguaggio venendo meno o rinunciando alla propria funzione prima di tutto educativa.
Questo è il Paese del Vaffa-day, del dito medio ostentato in direzione del proprio avversario di turno.
Oggi erano in tanti a sorridere e applaudire quando il relatore di turno Giachetti ( vicepresidente della Camera) – in quota maggioranza – all’assemblea nazionale del Pd diceva al suo amico Speranza  – in quota minoranza – che aveva “la faccia come il culo”. Nella migliore delle ipotesi, una caduta di stile che non può trovare giustificazione alcuna, guai se la trovasse . Un fatto marginale, dicono alcuni, rispetto ad una discussione ampia. Ma un fatto che è il segno dei tempi. Tempi bui in cui sembrano svanire le regole del rispetto delle idee per lasciare il posto all’aggressività verbale come arma per affermare la propria verità. Tempi in cui la dialettica è sopraffatta dalla prevaricazione. Forse ha proprio ragione il mio amico prof.Giovanni Missaglia quando scrive che siamo di fronte ad un “crollo etico ed estetico della classe dirigente” e occorra ripartire da una accurata selezione della stessa.

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